Trump: è l’antipolitica la soluzione?

Le sfide che Donald Trump si troverà davanti nei prossimi mesi non saranno di poco conto. Tanto più alla luce del discorso tenuto in occasione dell’insediamento: un discorso duro e antipolitico, con cui ha fondamentalmente ribadito i capisaldi del proprio programma, dall’isolazionismo al protezionismo economico. Si tratta di un mutamento radicale in seno alla linea ideologica repubblicana così come la conosciamo dagli anni ’80, dai tempi della Reagan Revolution. Una svolta politica piuttosto netta, che mette il miliardario in una posizione scomoda all’interno dello scacchiere politico statunitense. Certo, se si volesse essere precisi la differenza con Reagan c’è ma non è poi così abissale: non dimentichiamoci infatti che, nonostante sia oggi considerato il paladino del liberismo duro e puro, il vecchio Ronnie adottò alcuni provvedimento protezionistici in chiave anti-giapponese nel settore tecnologico. Ma si sa: le lotte politiche sono caratterizzate dalla semplificazione e gli avversari del neopresidente non possono certo perdersi nelle sottigliezze che si addicono agli storici. Perché alla fine è proprio questo il punto: il vero ostacolo che Trump si troverà davanti nei prossimi mesi non proverrà da un Partito Democratico tramortito e momentaneamente invischiato in estenuanti beghe interne tra moderati e radicali. No: i guai per Trump sorgeranno proprio dall’interno del suo stesso partito. Un Partito Repubblicano che – almeno in parte delle sue alte sfere – vede nel magnate una sorta di eretico, pronto a svendere l’eredità reaganiana in nome di qualcosa di diverso. Dal protezionismo alle aperture alla Russia, si tratta di provvedimenti che i deputati repubblicani al Congresso cercheranno probabilmente di bloccare. Ed è proprio in questo GOP spaccato che alcuni nomi già iniziano a pensare di candidarsi alla presidenza tra quattro anni. Marco Rubio, il grande sconfitto di queste elezioni, non ha mai digerito l’ascesa di Trump e promette già battaglia in Senato per ostacolare ogni distensione con Vladimir Putin: un Rubio bellicoso, che non fa poi troppo mistero di voler riscendere in campo nel 2020. Discorso in parte simile potrebbe valere per lo Speaker della Camera, Paul Ryan, che ha sempre nutrito avversione per Trump ed è arcinoto non voglia concludere la sua carriera al Congresso. Un altro nome in lizza sarà probabilmente quello del senatore texano, Ted Cruz: recentemente Politico ha messo in luce un suo cambio di atteggiamento. Da radicale agguerrito e poco incline al compromesso, nelle ultime settimane si sarebbe trasformato in un agnellino, mellifluo tanto con l’establishment repubblicano quanto con il neopresidente. Il che fa pensare a una strategia democristiana finalizzata ad estendere i consensi interni per qualche progettino futuro. In tutto questo, è chiaro che tra rancore, dissidi ideologici e ambizioni personali, il Partito Repubblicano non risulti particolarmente compatto. E, nonostante alcuni pezzi da novanta come George Walker Bush e Condoleezza Rice sembrino ormai passati dalla parte del magnate, un pezzo di establishment sembra puntare tutto sul fallimento di Trump in questi quattro anni. Posto che ci arrivi a completare i quattro anni, visto che da più parti serpeggia ogni tanto l’ipotesi di un impeachment per toglierlo di mezzo. Ed è per questo che bisognerà vedere le prossime mosse politiche del magnate. E’ probabile che continuerà ad usare il bastone e la carota con l’establishment partitico, come fatto sinora. Ma è al momento un mistero comprendere se questa strategia funzionerà effettivamente. Difatti il punto è che, nonostante l’immagine di leader autoritario e decisionista di stampo mussoliniano, Trump possa alla fine rivelarsi più moroteo di quanto sembri a prima vista. Pensiamoci: come abbiamo visto, è alla guida di un partito spaccato. In secondo luogo, anche all’interno della sua amministrazione si preannunciano tensioni (si pensi soltanto che il segretario di Stato, Rex Tillerson, sulla Russia la pensi in maniera diametralmente opposta al segretario alla Difesa, James Mattis). Infine, non dimentichiamo che la coalizione elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca risulti profondamente trasversale ed eterogenea, comprendendo gli operai tradizionalmente democratici della Rust Belt, i beceri red necks del Meridione, gli immigrati regolari che vogliono tutelare il proprio lavoro, una larga fetta di elettorato disincantata che cerca un leader forte e in grado di garantire la sicurezza. La sfida più grande che quindi attende Trump è proprio questa: offrire un collante ideologico vigoroso a questa nuova formazione politica. Un collante che gli consenta di ridurre le numerose divisioni dinanzi a cui si trova. Un collante che vada al di là dell’efficientismo pragmatico e che gli consenta realmente di creare qualcosa di nuovo. Reagan negli anni ’80 c’è riuscito. Conquistava un Partito Repubblicano diviso e a quel partito è riuscito ad imporre una visione nuova, che lo ha caratterizzato per trent’anni. Oggi Trump è chiamato a fare altrettanto. Perché il disprezzo per i politici di professione non basta. Puoi anche essere un pragmatico, un imprenditore di successo, un uomo del fare, un anti-establishment che castiga il professionismo politico. Ma se non stai attento e non ti ostini a comprendere i meandri profondi dell’azione politica, il politico di professione riciccia sempre. E ti pugnala alle spalle. Infido, velenoso e scaltro. Trump è abbastanza intelligente per capirlo?

Stefano Graziosi