Gli interessi USA al primo posto e l’antipolitica, i due temi fondamentali del discorso di Donald Trump

Il discorso di insediamento di Donald Trump non è stato un capolavoro di oratoria.

D’altronde, l’ars rethorica non è mai risultata in cima ai pensieri del neopresidente, che ha sempre fatto del parlar pragmatico un punto centrale della sua strategia politica: quasi un modo per ribadire la propria vicinanza al popolo, in netta contrapposizione nei confronti dell’establishment istituzionale, mediatico e intellettuale.

E anche stavolta il magnate è rimasto fedele al personaggio.

Nonostante un breve preambolo che celebrava un’inesistente collaborazione armonica con Barack Obama nel corso della transizione presidenziale, il miliardario ha picchiato giù duro, ribadendo gli elementi costitutivi della propria visione politica.

Un modo per affermare la volontà di tirare diritto, in sostanziale linea con quanto assicurato in campagna elettorale.

In questo senso, sono soprattutto due i punti di maggior interesse emersi dal discorso.

Due punti fondamentalmente intrecciati e – in un certo senso – complementari.

Leitmotiv dell’intero intervento è stato quello della necessità di mettere gli interessi statunitensi al primo posto.

Trump ha ripetuto che l’America debba venire per prima, che le questioni internazionali debbano avere come principale obiettivo la salvaguardia degli Stati Uniti e che la sicurezza (soprattutto nei confronti dell’islamismo) debba rivelarsi un elemento primario nella nuova strategia politica.

Non sono poi mancati riferimenti al protezionismo economico, altro grande cavallo di battaglia del programma di Trump.

Il miliardario sa bene di dover parte cospicua della propria vittoria elettorale alla classe lavoratrice impoverita della Rust Belt.

E proprio per questo a quell’elettorato ha voluto rivolgersi, dichiarando che non debbano esserci lavoratori statunitensi lasciati indietro.

Tuttavia, al di là di questa confluenza programmatica tra nazionalismo, protezionismo e sostanziale isolazionismo, c’è anche un elemento più propriamente politico che merita di essere messo in luce.

Il neopresidente ha pronunciato infatti un discorso intriso di antipolitica.

Non solo, proprio come ai tempi della campagna elettorale, ha attaccato il professionismo politico come simbolo di inettitudine e incapacità operativa.

Ma, cosa ancora più importante, non ha praticamente mai citato il partito repubblicano.

Un fattore interessante ma non certo nuovo, visto che è dai tempi della vittoria novembrina che Trump parla del suo ‘movimento’ quasi come di un corpo estraneo al Grand Old Party.

Un corpo estraneo e – sotto certi aspetti – addirittura ostile.

Non a caso, nella consueta polemica contro i politici di professione, il miliardario ha trovato tra i suoi bersagli proprio quelle alte sfere repubblicane che non lo hanno mai digerito.

In tal senso, il discorso di insediamento ci segnala due elementi di assoluta rilevanza.

Innanzitutto, l’intenzione da parte di Trump di tener fede – vedremo fin dove –  ai punti programmatici avanzati in campagna elettorale.

In secondo luogo, questo discorso ha sottolineato una volta in più come all’interno dell’universo repubblicano continui a consumarsi una faida acrimoniosa tra il neopresidente e una parte del Grand Old Party: quella parte che – soprattutto al Senato – promette di dare battaglia contro la linea politica avanzata dal nuovo inquilino della Casa Bianca.

Non dimentichiamoci d’altronde che, nei giorni scorsi, senatori repubblicani come John McCain e Marco Rubio abbiano espresso critiche non di poco conto verso l’amministrazione nascente (a partire dalla sua apertura verso la Russia).

In questo senso, i prossimi mesi rischiano di annunciarsi piuttosto tumultuosi per il partito dell’Elefante.

Anche perché è arcinoto che, al di là delle questioni ideologiche, le sue alte sfere non apprezzino l’atteggiamento bonapartista di Trump: un movimentismo senza intermediazione che ha trovato in Twitter un efficace strumento di propulsione.

L’altra grande incognita che si staglia all’orizzonte è infine quella di Barack Obama.

Rompendo una consolidata tradizione, sembra proprio che il presidente uscente non abbia intenzione di ritirarsi dall’agone politico attivo.

D’altronde, la situazione attuale del partito democratico risulta assolutamente caotica, in quanto caratterizzata da una lotta intestina tra la sinistra e l’ala moderata.

In un simile contesto, è altamente probabile che Obama voglia cercare di mantenere in piedi una compagine sull’orlo dello sfaldamento.

E la decisione di restare a Washington va probabilmente in questa direzione.

Sarà il presidente uscente ad assumere il ruolo di capo dell’opposizione?

Stefano Graziosi