Il futuro di Obama e il difficile confronto con il precedente di John Quincy Adams

In un mondo politico e mediatico dominato dalle “fighette” (copyright, Clint Eastwood, che nel corso dell’ultima campagna, ribadendo la propria fede repubblicana, ebbe a dichiarare di non poterne più di essere governato da tutti questi esponenti della “pussy generation”), può perfino capitare che un partito raso al suolo dai suoi otto anni alla Casa Bianca  – i risultati elettorali* lo dicono senza tema di smentita: dal 2008 al 2016, i democratici USA, in un contesto politico sociale da tutti ritenuto per loro favorevolissimo, sono precipitati in un baratro – cerchi nell’adesso disoccupato Barack Obama una guida.

(Verso la dissoluzione, probabilmente).

Così verrebbe da pensare per gli atteggiamenti del disinvolto ex giovanotto – arrivato a dire che, fosse consentito, non avrebbe difficoltà ad ottenere (e potrebbe perfino e tristemente essere vero) un terzo mandato** – e per l’assoluta mancanza nel campo dell’Asinello di una qualsiasi figura emergente e giovane di un qualche peso.

I capi democratici in qualche modo meritevoli di un cenno hanno tutti i capelli bianchi, ‘emergenti’ compresi***!

Guardando ai precedenti, pochi – significativamente, uno solo – i Presidenti emeriti rimasti in politica.

Non essendo da annoverare tra questi William Taft – anni dopo l’uscita dalla White House, nominato Presidente della Corte Suprema – primo fra tutti (il solo al quale mette conto fare riferimento) per l’impegno e le idee, John Quincy Adams.

Sesto capo dello Stato USA, il Nostro, defenestrato dal ‘nemico’**** Andrew Jackson nella tornata elettorale del 1828, uscito da White House il 4 marzo 1829, si ritirò fino al 1831 a vita privata.

Dopo di che, eletto alla Camera dei Rappresentanti per il Massachusetts successivamente in tre differenti Distretti, colà, nella Camera – ma anche agendo in campo legale come difensore in casi di rilievo ideologico (si pensi all’Amistad, i cui ribelli difese vittoriosamente davanti alla Corte Suprema) – restò tenacemente operativo fino alla morte nel febbraio del 1848.

Grand’uomo – per quanto gli anni di contrastata Presidenza non possano essere considerati un successo – eccezionale in precedenza per la capacità dimostrata anche, ma di certo non solo, come segretario di Stato*****, J.Q., sarà un deputato capace di lasciare ampia traccia e non va assolutamente dimenticata la sua forte e determinata azione tesa alla abolizione della schiavitù.

Un confronto quello con J.Q. da brividi per il disinvolto ed assai poco consistente Obama.

Il quale, comunque, a tale riguardo (ammesso conosca il precedente e v’è da dubitarne ricordando che nel discorso di insediamento del 20 gennaio 2009 dimostrò di sapere poco o nulla della storia americana******), non deve soverchiamente preoccuparsi.

I media – dai tempi di Oscar Wilde che ne denunciò ferocemente l’inconsistenza culturale****** * i giornalisti sono se possibile peggiorati – non parleranno del precedente che ignorano e la gente, razzisti più o meno inconsci******** in prima fila, si berrà ogni sua frivolezza con vero piacere.

Evviva!

 

 

Note

* Otto anni di Obama hanno demolito il Partito Democratico. I risultati elettorali parlano chiaro e non temono smentita.

Eccoli:

4 novembre 2008, gli Stati Uniti d’America votano per la Presidenza per la cinquantaseiesima volta.

Votano altresì per il rinnovo totale della Camera dei Rappresentanti e per quello di trentacinque Senatori in quanto ai trentatre in scadenza si aggiungono quelli del Wyoming e del Mississippi.

I risultati dicono che Il candidato democratico Barack Obama – che ottiene in termini di voto popolare il record assoluto (quasi sessantanove milioni e mezzo) sarà presidente.

Che i Senatori democratici saranno cinquantasette (cinquantanove contando i due indipendenti comunque inclusi nel gruppo) su cento.

Che i Rappresentanti democratici saranno duecentocinquantasette su quattrocentotrentacinque.

Che a seguito anche delle elezioni per i governatorati in palio, i democratici contano ventinove Governatori su cinquanta.

Un trionfo su tutta la linea per il Partito dell’Asinello!

8 novembre 2016, gli Stati Uniti d’America votano per la cinquantottesima volta per la Presidenza dopo che il democratico Barack Obama ha occupato White House per due mandati, otto anni.

Va notato che la conferma del Presidente nel 2012, pure riuscita, lo aveva visto peggiorare sia in termini di voto popolare (tre milioni e mezzo all’incirca di suffragi in meno) che di Grandi Elettori (da trecentosessantacinque a trecentotrentadue).

Ebbene, i risultati 2016 sono:

Presidenza USA al repubblicano Donald Trump.

Cinquantadue Senatori su cento – e pertanto la maggioranza – repubblicani.

Duecentoquarantuno Rappresentanti su quattrocentotrentacinque e quindi un’ampia maggioranza ai repubblicani.

Trentuno Governatori repubblicani contro i diciannove democratici.

Si aggiunga che trentacinque Senati statuali su cinquanta sono a maggioranza repubblicana così come trentadue Camere locali.

Un trionfo totale e senza confronti del Grand Old Party.

Una totale rovina per l’Asinello.

Sorge spontanea una domanda: se Obama è stato quel magnifico Presidente che la stragrande maggioranza degli osservatori e dei media dipingono, come mai il suo partito, dopo (a seguito della, viene da dire) la sua Presidenza è ridotto elettoralmente da fare pietà?

 

** Impossibile, non “un terzo, o quarto, volendo, mandato” come si dice, ma, ai sensi del disposto del XXI Emendamento del 1951, “una terza elezione” di un Presidente.

La differenza è sostanziale.

Due mandati indicano un limite di otto anni.

Due elezioni anche meno.

Se, per ipotesi, un eletto a White House, per malattia o dimissioni, si dimettesse appena dopo essere entrato in carica, la sua elezione che non avrebbe comportato alcuna permanenza alla Casa Bianca, sarebbe comunque ai fini delle ricandidature da tenere in assoluta considerazione.

Per inciso, fino a Franklin Delano Roosevelt e alla sua terza riproposizione nella tornata elettorale del 1940, nessuno tra i Presidenti restati a Washington per otto anni si era ripresentato.

Rispettavano il dettato orale di George Washington che, a fronte della certezza di un suo nuovo mandato dopo i due trascorsi in carica, aveva declinato l’offerta unanime dicendo che nessun uomo poteva reggere il peso della Presidenza per più di otto anni.

Il predetto F.D.R., addirittura rieletto per la quarta volta nel 1944, tirerà le cuoia subito dopo l’ultima entrata in carica (‘regnò’, nella circostanza, dal 20 gennaio al 12 aprile 1945).

Fu dopo tale esperienza (troppi mandati e comunque una tragica uscita di scena per infarto) che il congresso adottò il citato XXI Emendamento.

 

*** Hillary Rodham Clinton, quanti anni aveva quando si è proposta di bel nuovo nel 2015 in vista dell’8 novembre 2016?

Era giovanissima, vero?

E il suo unico rivale Bernie Sanders?

Più anziano ancora.

E le alternative delle quali si era parlato?

Joe Biden?

Al Gore, addirittura?

Giovanottelli!

E va in questo ambito notato che, per quanto Donald Trump risulti essere il più anziano Presidente mai eletto ad un primo mandato (Ronald Reagan solo la seconda volta era più vecchio), i giovani quarantenni/cinquantenni, questa volta respinti nelle primarie, non mancano invece nel Partito Repubblicano

 

**** Nella tornata elettorale del 1824, nessuno dei quattro candidati alla Casa Bianca (tutti appartenenti al Partito Repubblicano-Democratico allora dominante) aveva conquistato il numero di Grandi Elettori necessario per ottenere la maggioranza assoluta e pertanto conquistare White House nella votazione del Collegio Elettorale al quale spetta costituzionalmente la nomina.

Per incidens, ricordo che l’elezione presidenziale USA è una elezione “di secondo grado”: gli aventi diritto votano, “il primo martedì dopo il primo lunedì del mese di novembre” dell’anno bisestile, per dei delegati (definiti Grandi Elettori, come appena detto) che in una riunione successiva, fissata al “primo lunedì dopo il secondo mercoledì del mese di dicembre successivo”, del loro consesso, il predetto Collegio Elettorale, in verità eleggono il Presidente.

Nel caso in cui, essendo più di due i candidati capaci di conquistare Grandi Elettori, nel Collegio non si formi la maggioranza assoluta, il compito è demandato per il Presidente alla Camera e per il Vice Presidente al Senato.

Tornando al 1824, il generale Andrew Jackson risultava primo sia in termini di voti popolari che di Grandi Elettori.

Lo seguiva in graduatoria il Segretario di Stato dell’uscente Presidente James Monroe John Quincy Adams.

Terzo, il Segretario al Tesoro William Crawford.

Quarto, lo Speaker della Camera Henry Clay.

La decisione – lo ripeto specificando – nel caso in cui non esca dalla votazione popolare dei Grandi Elettori una maggioranza appunto assoluta, è demandata costituzionalmente (XII Emendamento, 1804) alla Camera dei Rappresentanti che deve obbligatoriamente scegliere fra i primi tre candidati in graduatoria.

Nel caso, improponibile in specie per ragioni di salute, Crawford, in ballottaggio restavano Jackson e Adams.

Clay, quarto ed escluso, indirizzò i propri voti sul secondo che pertanto fu regolarmente eletto.

In contropartita, Adams nominerà il determinante Clay Segretario di Stato.

Tuoni e fulmini da parte dello sconfitto Jackson e di larga parte del Partito Repubblicano-Democratico.

Si gridò allo scandalo.

In breve (ogni semplificazione è necessariamente brutale come ogni concisa narrazione), nei seguenti anni, la frattura portò il predetto partito alla frantumazione.

Al termine di un mandato contrastatissimo e poco produttivo, nel successivo 1828, J.Q. fu sfrattato dalla Casa Bianca dal rivale che si prese così una clamorosa rivincita.

Nasce in questo momento il Partito Democratico tuttora protagonista della vita politica americana.

L’arrivo di Jackson e la sconfitta di Adams (che si rifiutò di ricevere il rivale – da lui ritenuto un troglodita o pressappoco – e di accompagnarlo alla cerimonia di insediamento) segnano un momento epocale nella storia del Paese.

Usciva dalla dimora presidenziale l’ultimo rappresentante della classe politica ‘aristocratica’ e colta che aveva ideato e costruito gli Stati Uniti e gli subentrava colui che l’emergente borghesia riteneva il proprio vessillifero.

 

*****   Figlio del primo Vice – per due mandati con George Washington – nonché per soli quattro anni secondo Presidente e Padre della Patria John Adams, J. Q. era stato ‘allevato’ fin da giovane per la politica e in prospettiva la Presidenza.

Infiniti gli incarichi, tutti onorati al massimo.

Professore ad Harvard e Senatore, Segretario di Stato con Monroe e vero ideatore ed estensore della Dottrina che prende nome dall’or ora ricordato Presidente, come diplomatico, fu, nell’ordine, Inviato d’affari in Gran Bretagna, Ambasciatore in Russia, Prussia e Olanda.

Soprattutto, Capo della Delegazione americana a Gand (Gent, in fiammingo) che, dopo lunghe tergiversazioni e superando mille difficoltà, nella notte della Vigilia di Natale del 1814, concluse il Trattato di Pace della Guerra del 1812, conflitto che vide per l’ultima volta americani e britannici, armi in pugno, affrontarsi.

Va notato, per collegamento di idee con la nota precedente, che la notizia della pace di Gand, dati i tempi e i mezzi disponibili, arrivò ovviamente più avanti in America laddove gli eserciti si confrontavano.

Non sapendo i combattenti nulla in merito, l’8 gennaio 1815 – ripetiamo, a pace invero stipulata – a New Orleans, le truppe USA, guidate dal generale Andrew Jackson, sconfissero duramente gli inglesi.

Jackson divenne per questo un eroe nazionale, cosa che concorrerà non poco a portarlo anni dopo ad aspirare, in concorrenza con J.Q., allo scranno presidenziale (e si legga al riguardo la nota precedente).

Della fertile attività di J. Q. negli anni seguenti l’uscita dalla White House, si fa cenno nel testo.

 

****** Nel Discorso inaugurale della sua prima Presidenza (lo rilevai su Il Foglio immediatamente), in data 20 gennaio 2009, Barack Obama affermò testualmente di essere “il quarantaquattresimo americano a giurare” prima di assumere l’incarico di Capo dello Stato appunto USA.

Per la Storia con la esse maiuscola – la Storia che Obama non conosce (che certamente non conoscono i suoi consiglieri e scrittori perché altrimenti la castroneria non sarebbe stata ufficialmente pronunciata) – nella circostanza, egli era il quarantaquattresimo Presidente ma solo il quarantaquattresimo “americano” a porre la mano sulla Bibbia visto che Grover Cleveland – evidentemente una sola persona, un solo “americano” – è conteggiato due volte, come ventiduesimo e come ventiquattresimo Presidente essendo stato eletto, caso unico, per due mandati non consecutivi.

Per chiarire, nell’elenco ufficiale dei Capi di Stato USA, i presidenti in sella consecutivamente per più di un mandato (F.D. Roosevelt fu eletto quattro volte, molti in due occasioni) compaiono con un solo numero progressivo.

Cleveland, per la particolarità descritta, ripetiamo, due!

 

******* Oscar Wilde in ‘Il critico come artista’:

Uno, “Non è compito mio difendere il giornalismo moderno.

La sua esistenza si giustifica da sé, alla luce del principio di Darwin della sopravvivenza dei più volgari”

Due e soprattutto, ancora dall’opera citata: “C’è molto da dire a favore del giornalismo moderno.

Dandoci le opinioni degli incolti, ci tiene in contatto con l’ignoranza della comunità”.

 

******** Nel 2011, follemente, mi sono candidato a sindaco della mia città come indipendente, alla guida di una cordata civica denominata ‘La Varese che vorrei’.

Tra i rivali, una accolita di personaggi di sinistra vicini con la loro lista al PD.

Ebbi a definire nella circostanza “comunisti inconsapevoli” i componenti di quel gruppo.

Uno tra loro, incontrandomi, mi investì dichiarandosi assolutamente non comunista.

“Vede che ne è inconsapevole”, gli risposi.

Ecco, è mia profonda convinzione che se Barack Obama fosse stato bianco come sua madre non avrebbe certamente fatto la carriera che ha fatto.

Il colore della pelle lo ha avvantaggiato enormemente, tanti nella sinistra americana politicamente corretta, progressista, liberal e chi più ne ha più ne metta sono i razzisti appunto inconsapevoli, che, per non rivelare a se stessi la propria natura in merito, votano guardando al colore dei candidati.

Lo si vide fin dall’inizio.

Il discorso inaugurale alla Convention democratica del 2004 gli fu affidato perché era nero.

La sfida per la nomination dell’Asinello nella corsa caucus/primarie del 2008 (la più politically correct di sempre: una donna e un nero, il massimo!) la vinse perché nero.

Per carità di patria, non parliamo del Nobel per la Pace assegnato contro le regole proprie del premio, regole che richiedono “atti per la pace nell’anno precedente il conferimento”, impossibili e mai realizzati tali atti essendo nel 2008 Obama impegnato nella campagna elettorale.

Il colore lo favorì enormemente nelle contese con John McCain, 2008, e dipoi Mitt Romney, 2012.

E ancora è per la sua apparente (per di più, non è affatto un afroamericano, come viene sempre definito, non discendendo affatto da schiavi), appartenenza razziale che il suo operato da Presidente non viene mai analizzato e demolito come merita (terrificanti in particolare i risultati in politica estera).

E’ per il colore che oggi, nessuno si azzarda a guardare ai fatti (si legga la prima tra queste note) e lo si dipinge come un grande.

 

Mauro della Porta Raffo