USA 2016: i possibili candidati

Nell’oramai lontano 2013, in vista della pubblicazione dipoi avvenuta del primo numero della rivista culturale da me ideata, diretta ed edita

‘Dissensi & Discordanze’, ho chiesto ad Alberto Pasolini Zanelli, grande conoscitore della politica USA, una previsione relativa al 2016.

Di seguito, integralmente, il testo, straordinario alla luce degli accadimenti.

Straordinario per molti versi, anche se non accenna minimamente a Donald Trump.

Del resto, come avrebbe potuto farlo tre anni fa?

MdPR

USA 2016: i possibili candidati

di Alberto Pasolini Zanelli

 

fine agosto 2013,

ho chiesto all’ottimo e più che esperto in materia

 Alberto Pasolini Zanelli,

già corrispondente e inviato de

Il Giornale negli USA,

di esaminare ad oggi le possibili se non probabili

candidature democratiche e repubblicane

per le elezioni presidenziali del 2016

 

I democratici

 

Per cercare di estrarre il filo conduttore dal solito groviglio preelettorale americano, cioè di un Paese in cui i partiti tradizionali all’europea quasi non esistono, e tenerlo stretto per orizzontarsi e bene, nella prospettiva del 2016, occorre chiarire subito una differenza.

Fra democratici e repubblicani, naturalmente, ma in questo caso non tanto per ragioni ideologiche e programmatiche quanto perché essi condurranno due campagne elettorali interne (fra gli aspiranti alla candidatura alla Casa Bianca) completamente differenti.

Il confronto e lo scontro fra repubblicani sarà essenzialmente di idee.

Non solo idee strategiche ma proprio idee nel senso stretto del termine, concezioni della politica, dei problemi, delle soluzioni e delle conseguenze.

La contesa fra i democratici, invece, sarà fra persone.

Normalmente si dice ‘fra uomini’, ma questo evidentemente non è il caso dal momento che il favorito è di gran lunga una favorita: Hillary Clinton.

Che a questo rango è arrivata non tanto per la propria ideologia e neppure per importanti innovazioni di tattica elettorale bensì per meriti familiari e si può dire ‘dinastici’.

Quello che si svolgerà nelle primarie democratiche del 2016 sarà dunque in primo luogo un ‘referendum istituzionale’, che può perfino ricordare quello italiano di esattamente settant’anni prima fra Monarchia e Repubblica.

 

La dinastia Clinton non è, naturalmente, l’unica nella storia politica degli Usa.

Ci sono stati gli Adams e i Roosevelt e i Kennedy e i Bush, ma si sono sempre trasmesse per parentele di sangue, non matrimoniali.

Questa potrebbe essere, in un altro momento, una debolezza di Hillary, ma nell’America di oggi è una forza perché coniuga (in questo caso è proprio la parola giusta) un’eredità familiare con la forza dirompente delle rivendicazioni femminili e femministe.

Lo sanno tutti ma Hillary preferisce ripeterlo, in una campagna elettorale che, non dimentichiamolo, nel suo caso già è cominciata.

Nel 2008 lei era in campo per la Casa Bianca, era la favorita (e ha mancato l’obiettivo solo per l’emergere impreveduto di un altro simbolo incarnato, Barack Obama, l’afro).

Ma in realtà lei era candidata fin dal 1992, dal momento in cui si presentò Bill Clinton e la sua sposa si costruì uno slogan tutto per sé, copiato dalle campagne di vendita con lo sconto: “Se comprate Bill, avrete anche me gratis”.

La successione dinastica fu interrotta, lo abbiamo visto, dall’emergere di un fenomeno rivale: un Nero infilò per primo la porta spalancata alle Minoranze con un breve anticipo sulla Donna.

Di tanto stretta la misura che va ricordata: del totale dei voti espressi nelle primarie democratiche del 2008 Obama raccolse il cinquanta e uno (50,1) per cento, la Clinton il quarantanove e nove (49,9).

Pari a diciotto milioni di voti preferenziali, una cifra che Hillary non ha cessato da allora di ribadire: “Ho fatto diciotto milioni di graffi nella cupola di vetro più alta e più spessa del mondo, quella che finora ha tenuto sotto le donne”.

Un martellamento che non è destinato a cessare, quasi una reclamata eredità.

Il cui effetto è ingigantito da una assenza: Obama non ha eredi né personali né ideologici.

I suoi otto anni di Casa Bianca, da cui sarebbe comunque troppo presto trarre oggi un bilancio, hanno indicato un leader onesto e rispettabile ma non trascinante, un candidato eccellente e un presidente più modesto, negli insuccessi e anche nei successi, che comunque non sono mancati.

Molte cose possono evidentemente ancora accadere nei tre anni che intercorreranno fra la stesura di  queste note e l’appuntamento degli americani con le urne nel novembre 2016, molte sorprese buone o cattive; ma allo stato sembra molto probabile che il bilancio di otto anni di Obama non sia né esaltante né disastroso.

A cominciare dall’economia, cioè da una ripresa costante ma lenta, per finire con la politica mondiale: può succedere di tutto, ma stupirebbe assai se eventuali sviluppi ‘rivoluzionari’ derivassero dalla impostazione dell’attuale inquilino della Casa Bianca, intrisa di moderazione con qualche timidezza, cautela con qualche apparenza di debolezza.

Quale che sia il messaggio intellettuale di Obama, egli non pare destinato a lasciare al suo partito né una eredità di tesori né una rovina in termini di debito.

Dunque neanche un erede designato, una ‘dinastia’ politica a fare da contrappeso a quella tribale dei Clinton.

Non ci sarà pertanto, nelle primarie democratiche del 2016, il confronto fra ‘hillarysti’ (o ‘clintoniani’) e ‘obamiani’.

 

Tutti gli altri aspiranti democratici alla Casa Bianca dovranno prima di tutto vedersela fra di loro nella speranza di riuscire ad esprimere una alternativa credibile a una pretendente che parte già con una corona in testa.

Non è che ne manchino, ma hanno molta, tanta strada da fare: di Obama ne nasce uno ogni cent’anni.

Così a occhio sono oggi una decina tentati dallo scendere in campo e in varia misura a ciò decisi.

Almeno tre, oltre a Hillary, sono donne.

 

Kirsten Gillibrand  non ha in comune soltanto il sesso con l’Erede Dinastica.

Quando Hillary Clinton si dimise da senatore dello Stato di New York fu lei a prendere il suo posto, a mostrare talento politico e ad accumulare meriti legislativi, soprattutto come iniziatrice di importanti misure contro la discriminazione sessuale anche nelle forze armate, mostrando inoltre capacità nel maneggiare gli strumenti della pressione politica.

 

Amy Klobuchar, che rappresenta in Senato il Minnesota, non sembra avere molte chance ma appare perlomeno il più volonteroso: ha già cominciato, nella primavera del 2013, la sua campagna elettorale per le ‘primarie’ nel vicino Iowa, le prime del calendario presidenziale del 2016.

 

Elizabeth Warren, esponente della sinistra democratica, è diventata un’eroina dell’ala ‘liberal’ per la sue crociate contro lo strapotere delle banche.

Ha dimostrato anche notevoli capacità come legislatore ed é infine un ‘magnete’ per la raccolta di contributi finanziari.

Quella di cui sembra finora mancare è la voglia di impegnarsi in una campagna così ambiziosa e ardua.

Anche nel suo caso, infine, non si vede perché, donna per donna, non si debba preferire il prodotto originale.

 

I concorrenti più agguerriti di Hillary per la nomination democratica 2016 sono dunque uomini: tre volonterosi e ambiziosi ma che appaiono finora di presa limitata, due potenzialmente forti, uno che é teoricamente il più qualificato ma che mostra di avere esaurito il ‘fuoco’ per la massima carica.

Preferisco elencarli dal basso.

 

Martin O’ Malley, governatore del Maryland, dal curriculum più fedele di ‘liberal’.

Si è battuto contro la pena di morte e in favore del matrimonio fra omosessuali, non nega le sue ambizioni presidenziali ma sembra mancare, dicono gli esperti, di carisma.

 

Brian Schweitzer è un ex governatore del Montana, che ha rinunciato a una candidatura al Senato nel 2014 perché intende avere mani ed energia libere per concorrere al più ambizioso traguardo, quello della Casa Bianca.

 

Howard Dean, ex governatore del Vermont, ha cercato la nomination per la Casa Bianca nel 2004, sconfitto dopo un brillante inizio da John Kerry e poi è diventato segretario del Partito Democratico.

Appartiene all’ala sinistra, è fra i pochi dotati di una verve combattiva che può concepibilmente rivaleggiare con quella di Hillary, ma ha al suo passivo salti di umore che non si addicono troppo a una carriera presidenziale.

 

Fra i ‘grandi’, il nome d’obbligo é quello di Joe Biden, il vicepresidente in carica.

E’ persona amabile ed amata, carico di umanità, con una storia personale attraente.

Figlio di operai, bambino balbuziente, ha saputo sormontare entrambi gli handicap con un’enorme buona volontà.

Ha imparato a parlare riesumando pressappoco il trucco che fece grande Demostene: farlo con dei sassolini in bocca.

Rimasto vedovo, si occupò dei figli piccoli in modo quasi materno, da pendolare fra la cupola del Congresso di Washington e la sua abitazione nel non lontano Delaware.

Un uomo che ha sudato nella vita, si è commosso, sa commuovere ma che finora ha mostrato dei limiti.

In altri termini è un vicepresidente ideale, che normalmente non si traduce in un candidato trascinatore alla presidenza.

 

Andrew Cuomo appare, almeno sulla carta, più forte, più incisivo.

Intanto perché dispone di una ‘macchina’ di proverbiale efficacia: è governatore dello Stato di New York, un posto occupato da Franklin Delano Roosevelt.

Come lo era suo padre Mario Cuomo, che seppe eccellere, battersi con coraggio anche per cause a quei tempi impopolari come l’opposizione alla pena di morte che lo indusse a opporre il veto diverse volte alle iniziative per reintrodurla nello Stato.

Fu uno dei motivi che lo portò alla sconfitta.

Un altro, più oscuro e forse leggendario, gli impedì il grande balzo verso la Casa Bianca: voci mai confermate ma mai interamente smentite di infiltrazioni mafiose fra i suoi antenati.

Anni fa era arrivato alla vigilia di presentare la sua candidatura alla presidenza.

Già si scaldava il motore dell’aereo da cui sarebbe dovuto scendere candidato, ma all’ultimo momento decise di no.

Mario Cuomo era forse il più brillante oratore del Partito Democratico.

Suo figlio Andrew quasi lo eguaglia e probabilmente lo supera come amministratore.

E soprattutto non ha quell’ombra addosso.

E’ competente, dell’età giusta e maturo per la Casa Bianca.

Ma non si chiama Hillary.

 

Il grande assente di questo elenco, probabilmente non completo anche perché forse un tantino prematuro, è l’uomo che forse meglio si combinerebbe con il più alto officio: John Kerry.

Oggi è Segretario di Stato dopo avere guidato con grande competenza la Commissione Esteri del Senato.

È il rampollo di una famiglia patrizia del Massachusetts, ha accumulato grandi esperienze, è stato un eroe di guerra (quattro medaglie meritate in Vietnam) e, dimessa l’uniforme, un dimostrante contro quella guerra.

Conosce il mondo probabilmente meglio di chiunque, in particolare l’Europa.

Caso molto raro fra gli americani, è poliglotta, in grado di esprimersi in tedesco a Berlino, in una buona misura di italiano a Roma e in un francese perfetto a Parigi.

Ha un simpatico difetto e due seri handicap.

Parla in modo troppo raffinato per l’elettore americano medio, eccede in parole polisillabe e in strutture sintattiche complesse, appare un poco freddo nei rapporti personali.

Ma soprattutto avrà passato i settanta anni il giorno delle prossime elezioni presidenziali (capitò anche a Ronald Reagan, ma di Reagan ce n’è uno solo).

E soprattutto ci ha già provato ed è stato sconfitto.

Di strettissima misura, nel 2004.

Sarebbe bastato che ottantamila elettori nello Stato dell’Ohio votassero per lui invece che per George W. Bush e molte cose sarebbero state differenti, in America e nel mondo.

 

 

 

I repubblicani

 

Per i repubblicani, l’ho anticipato, il discorso é assai diverso.

Il dibattito, la gara, sarà meno fra persone e molto di più fra idee.

Non é una novità: per tre decadi abbondanti, dalla fine degli Sessanta fin quasi allo spirare del ventesimo secolo il Grand Old Party è stato, nella buona e nell’avversa fortuna, il partito delle idee, così come lo era stato nel trentennio precedente il partito democratico, non solo nelle urne ma anche dentro le teste: il secondo Roosevelt, i trionfi militari e ideologici, Keynes dietro le quinte.

Più tardi, invece, Reagan, il trionfo nella Guerra Fredda e, dietro le quinte, Friedman.

Sommate, non contrapposte, le due epoche foggiarono il ‘Secolo Americano’.

Non poteva, forse, durare per sempre.

Il ventunesimo secolo si é presentato subito come più ingrato e tormentato.

L’assalto del terrorismo islamico, le guerre gemelle in Afghanistan e in Iraq hanno messo in luce i limiti di potenza della Superpotenza militare, si é riaffacciato uno degli spettri del Novecento: la lunga recessione, il terremoto finanziario ed economico del pianeta globalizzato sotto la guida Usa.

E dentro le urne si é invertita la corrente.

Nel ventennio fra il 1968 e il 1988 i repubblicani hanno vinto cinque corse alla casa Bianca su sei (due ciascuna Nixon e Reagan, una George H Bush (sola eccezione Carter nel 1976).

Nel ventennio successivo, fra il 1992 e il 2012 il rapporto si é rovesciato: quattro vittorie su sei ai democratici (due volte Clinton, due volte Obama, in mezzo la doppietta di George W Bush), che ai fini statistici possono diventare cinque se si tiene conto che nelle elezioni del 2000 Bush jr fu eletto ma Albert Gore ebbe più voti popolari,

E’ dunque giusto che i repubblicani si preoccupino, riflettano, tornino a frugare nella loro cassaforte ereditaria, quella delle idee.

Sono abituati ad averne in abbondanza, soprattutto da quando ai rivali democratici se ne é esaurita la sorgente.

Insomma che pensino e dunque, come è inevitabile in un grande partito di una grande democrazia, si dividano: sulle strategie, sui programmi, sulle ideologie

Le linee divisorie, naturalmente, non possono ricalcare esattamente quelle passato, che contrapposero Theodore Roosevelt a Taft e, molto più tardi, Rockefeller a Goldwater.

E’ inevitabile, anche, che riemerga il vecchio contrasto fra chi si attiene alla purezza ideologica e chi vuole soprattutto vincere.

Dunque, nel caso dei repubblicani, fra conservatori e moderati.

A complicare, e ad aggravare le cose é che le due antiche ricette si traducono ora in strategie che si rivelano inconciliabili non perché inefficaci ma perché mirano ad obbiettivi differenti, con risultati opposti.

Se é vero che i repubblicani incontrano difficoltà crescenti nelle contese per la Casa Bianca, é altrettanto vero che da tempo essi ottengono risultati lusinghieri nelle elezioni per il Congresso.

Controllano saldamente la Camera, potrebbero già l’anno prossimo riconquistare anche il Senato.

Ci riescono grazie ad una migliore organizzazione sul territorio, agevolata ed anzi nutrita da un messaggio politico di un conservatorismo puro e intransigente, intinto di nostalgie per l’America com’era e come in parte ancora é nel Sud e negli Stati delle Grandi Pianure, integrale e integrata, bianca ed anglofona, intensamente patriottica e religiosa, incrollabilmente fedele a Dio, alla famiglia e all’economia di mercato.

Insomma per l’‘Età dell’Oro’.

Una ricetta che funziona quando l’obiettivo é il controllo del Congresso e del potere negli Stati, ma sempre meno quando é in palio la Casa Bianca, su cui a decidere é sempre più spesso l’altra America, quella che diviene e cambia.

Non sempre necessariamente in meglio ma in una direzione abbastanza precisa, non tanto eleggendo e rieleggendo Obama (ci pensa il Congresso a bloccarne le velleità riformatrici), quanto, e a ritmo accelerato, nel costume, anche quotidiano, soprattutto attraverso i referendum e i sondaggi di opinione pubblica.

Contrariamente al linguaggio di molti conservatori, si allargano e non si serrano le porte all’immigrazione, a dispetto della ‘Maggioranza Morale’ sono ormai crollate le barriere al matrimonio fra omosessuali, falliscono spesso le iniziative contro l’aborto, il Paese si muove verso una maggiore tolleranza per l’uso di almeno alcune droghe, perfino la pena di morte comincia ad arretrare.

Per tali motivi, vista di qui e da adesso, la strada per la Casa Bianca nel 2016 si presenta in salita per i repubblicani, nonostante l’assottigliarsi della ‘aureola’ di Obama e la forte probabilità che i democratici presentino un candidato mediocre.

E ciò non tanto per il contrasto con i moderati e la loro prevedibile debolezza, quanto per il dissidio che sembra profilarsi proprio fra i conservatori.

Molto se non tutto infatti lascia presumere che la selezione del candidato alla Casa Bianca avverrà, in casa repubblicana, in due stadi (cui è da aggiungere, naturalmente, il terzo, cioè lo scontro tra il candidato repubblicano e quello democratico).

Il primo confronto si preannuncia serrato e non è quello solito che si verifica ogni qualche scadenza elettorale importante e che era previsto anche per il 2016: si tratta della contesa in casa GOP tra i moderati e i conservatori.

Gli ultimi anni hanno portato infatti sviluppi nuovi e in parte inediti.

In primo luogo i conservatori sono venuti accrescendo a poco a poco il proprio peso politico mentre i moderati hanno perso via via prestigio.

Erano moderati o almeno centristi i due candidati alla Casa Bianca sconfitti da Barack Obama, John McCain e Mitt Romney, mentre in Congresso, e soprattutto alla Camera, le correnti di destra continuavano a rafforzarsi.

Esse hanno oggi una salda presa sul quarantacinque per cento di coloro che votano repubblicano.

Anche se è viva tuttora la polemica a proposito di chi sia la colpa delle ultime sconfitte, dell’estremismo degli uni o della carenza negli altri della necessaria convinzione, se la partita fosse questa nel 2016 non ci sarebbero molti dubbi sull’esito: i conservatori sono oggi in netta maggioranza nel partito, mentre rappresentano quasi la metà dell’elettorato americano in generale.

La novità è che però l’ala conservatrice si sta dividendo in due campi contrapposti e questo a causa della imperiosa crescita all’interno del GOP del movimento ‘libertario’.

Sul piano intellettuale i libertari possono contare su tradizioni altrettanto radicate.

Si sono espressi in loro favore due famosi economisti, Friedrich August von Hayek e Milton Friedman, entrambi premi Nobel.

Oggi diversi esponenti repubblicani ammettono di avere in sé “una vena libertaria”.

Ma la testimonianza più ambita è quella di Ronald Reagan, che ebbe a dire: “Guardateci bene dentro e converrete con me che l’ideologia libertaria è il cuore e l’anima del conservatorismo”.

Dunque i conservatori del GOP dovranno risolvere questa contraddizione interna prima di affrontare i moderati’ e, naturalmente, più tardi, il candidato democratico.

 

 

Mitt Romney. Tali essendo oggi gli umori dell’America, è  improbabile che il 2016 veda una seconda (terza se si considerano le perdute primarie del 2008) candidatura Romney alla Casa Bianca.

Molti conservatori gli attribuiscono – come avevano fatti quattro anni prima con McCain – la responsabilità per la rielezione di Obama.

In gran parte a torto, perché se é vero che Romney ha commesso errori ed é incappato in gaffe soprattutto nell’esposizione esasperata di un programma economico in complesso ragionevole, non va dimenticato né che egli ha trionfato nei dibattiti faccia a faccia col presidente in carica né che difficilmente avrebbe potuto sormontare l’handicap di essere costretto (lui solido conservatore di buon senso) a far suoi temi e toni, per esempio, degli integralisti religiosi.

Non é escluso, invece, che i repubblicani scelgano  per così dire ‘un Romney’, un altro candidato su cui sia possibile un accordo fra le diverse correnti e fazioni.

Se lo troveranno.

 

Paul Ryan. Sarebbe una scelta coerente, essendo stato compagno di ticket di Romney nel 2012 e quindi candidato alla vicepresidenza.

Inoltre era emerso come un leader alla Camera, anzi un ideologo nel campo finanziario.

Sostenitore strenuo di tagli draconiani sia alle tasse sia soprattutto alla spese pubblica, aveva dominato la Convenzione repubblicana, dettando in gran parte la ‘piattaforma’ economica ma prestando anche il fianco ad accuse di scarsa sensibilità sociale ed umana.

La botta propagandistica a lui avversa più velenosa presentava una vecchietta che arranca in sedia a rotelle. Arrivava Ryan e la spingeva in un burrone: per risparmiare.

Da allora il suo profilo si é un poco abbassato.

 

Scott Walker.  E’ uno di quei governatori repubblicani del Midwest eletti in Stati che, come il suo Wisconsin, si sono ultimamente spostati in direzione dei democratici.

I conservatori lo considerano un eroe per il suo atteggiamento intransigente nei confronti dei sindacati, un atout nella ‘pesca’ degli elettori repubblicani più tradizionali.

C’e’ chi lo chiama ‘un Ryan light’, una specie di birra analcolica.

 

Bobby Jindal. E’ un conservatore integrale.

Governatore della Louisiana, il primo di origini indiane, di famiglia indù immigrata di recente ma convertito al cattolicesimo.

Oratore aggressivo, é stato molto popolare fra gli attivisti di destra, ma le sue quotazioni appaiono in ribasso per lo stesso motivo: i suoi toni eccessivamente polemici e negativi.

 

Rick Santorum. Più a destra di lui non c’é nessuno, soprattutto su quelle che in America si chiamano ‘social issues’.

Ci ha già provato una volta, strappando anche più di un successo nelle primarie repubblicane del 2012, in cui concorse come il più conservatore dell’intero campo repubblicano.

Cattolico integralista di origini quasi italiane (suo padre arrivò in America da Riva del Garda dopo la Prima Guerra Mondiale: era nato però come suddito dell’Austria-Ungheria).

Non sono molti a credere che possa farcela stavolta ad avere la candidatura repubblicana, nonostante abbia nella manica due atout: é un oratore brillante, di quelli che sanno infiammare i teatri, le piazze e le altre cento arene di una campagna elettorale, ed é l’uomo del cuore dell’ala più religiosa del popolo e dunque dell’elettorato americano.

Fervente cattolico (noi diremmo del genere preconciliare), è tuttavia il preferito non tanto dei suoi correligionari  quanto degli evangelici, cioè dei più integralisti fra i protestanti.

Un commentatore (tedesco, non americano) che ha studiato a fondo la campagna elettorale di Santorum del 2012 lo ha definito “una delle menti più acute del secolo: del ventitreesimo secolo”.

E il ventunesimo invece gli assomiglia sempre meno, anche in America.

 

Ted Cruz. Se ne parla molto e lui parla molto.

Una combinazione che fa di questo giovane senatore del Texas un protagonista, almeno in questa fase pre-preliminare della contesa per la nomination presidenziale repubblicana.

E’ una miscela in parte inedita: un conservatore ardente che respinge i compromessi centristi ma al tempo stesso non disdegna di cercare  alleanze per invadere le pasture dei moderati, e lo fa distanziandosi in parte dall’ortodossia economica repubblicana, sia tenendo aperto il contatto, attraverso la comune militanza nel ‘Tea Party’, con l’eresia libertaria, sia, soprattutto di recente, abbracciando con fervore i temi e le sensibilità della destra religiosa.

Cruz contesta fermamente le tesi secondo cui il GOP dovrebbe aprirsi di più all’America che cambia su temi come l’aborto e il matrimonio omosessuale.

Riconosce che il suo partito ha dei problemi, ma ritiene e proclama che questi non nascono dal tradizionalismo culturale bensì dall’immagine che si é diffusa di recente dei repubblicani come difensori “dei ricchi e dei potenti invece che dei diseredati e dei vulnerabili”.

E offre una ricetta e una raccomandazione: assomigliare di più a Papa Francesco, difendere la famiglia, i “non ancora nati” e i poveri.

In una parola, il GOP deve diventare “non meno, ma più conservatore”.

Un messaggio che trova ascoltatori, come dimostra l’aumento dell’interesse e dei consensi per Cruz e potrebbe fare di lui un protagonista nel 2016.

 

John Kasich. Il governatore dell’Ohio è probabilmente più bravo che noto, dal momento che i suoi meriti appaiono finora superiori alle ambizioni.

Egli non ha ancora dato segno di volersi candidare alla Casa Bianca, anche se parla molto e volentieri dei suoi successi locali e delle loro proiezioni eventuali su scala nazionale.

Kasich ha promulgato da poco “la maggiore riduzione fiscale di tutta l’America” dopo avere trasformato un deficit statale di sette punto sette miliardi di dollari in un attivo di due punto cinque miliardi.

Ha eliminato fra l’altro la tassa sull’eredità e si sta battendo per diminuire l’imposta sul reddito.

Inoltre ha commutato più sentenze capitali di qualsiasi altro governatore repubblicano.

È molto rispettato negli ambienti religiosi.

Propugna un messaggio cristiano molto simile a quello che Cruz mutua dal Pontefice ma in un contesto più sociale.

Se i repubblicani decidessero di affidarsi a un moderato, avrebbero in Kasich una delle armi più efficaci per battersi contro Hillary Clinton.

 

 

Rand Paul. E’ il figlio del fondatore di quella che potrebbe diventare una nuova, ennesima dinastia politica americana: quella libertaria, che molti davano in declino, anche a causa dal ritiro dall’agone politico, per motivi di età, del suo massimo esponente, Ron Paul, deputato del Texas e spesso voce isolata di un dissenso radicale e deserto.

Paul ha lasciato in eredità il partito a un figlio, ‘timbrato’ dalla nascita dal nome impostogli: Rand, il cognome di Ayn Rand, filosofa russa in fuga dalla patria sovietica, fondatrice della filosofia ‘oggettivista’ e prima icona del pensiero politico libertario.

Il giorno stesso del suo commiato Ron riuscì a far eleggere Rand senatore del Kentucky.

Si pensava a un timido epigono e invece il passaggio di poteri ha coinciso con un debutto quasi sensazionale del figlio di papà.

Un discorso di tredici ore dall’intento chiaramente ostruzionistico, per ostacolare la ratifica del Senato alla nomina del nuovo capo della Cia, condizionato a un suo impegno sulla garanzie costituzionali all’uso contro cittadini americani dei droni, gli aerei killer senza pilota, arma prediletta da Obama  nelle operazioni antiterrorismo.

Fra la sorpresa generale, altri senatori, appartenenti all’establishment repubblicano, sono accorsi in appoggio a Paul e lo hanno aiutato a strappare almeno in parte quella promessa.

‘Insurrezione’ che si ripetuta poco dopo alla Camera, con un emendamento presentato da un repubblicano libertario e mirato a limitare la discrezionalità della NSA (Agenzia di Sicurezza Nazionale) nello spionaggio sui civili negli USA e all’estero, nell’ambito della legislazione introdotta da George W. Bush dopo la strage terroristica di Manhattan nel 2001.

Sembrava l’espressione di una minoranza marginale, e invece ha raccolto più del quaranta per cento dei parlamentari dei due partiti e addirittura la maggioranza fra i deputati repubblicani più giovani.

I libertari non sono più  una minoranza eccentrica visto che un quarto degli americani si riconosce nelle loro proposte fondamentali: meno Stato come nell’ortodossia conservatrice.

Non solo nell’economia ma anche nella regolamentazione di ogni “attività consensuale” incluso l’uso della droghe, i controlli di polizia.

E molti più limiti costituzionali alle iniziative militari.

E ha suscitato dure ed eccitate reazioni nel resto dello schieramento repubblicano, ma in particolare tra i conservatori tradizionali, che accusano i libertari di isolazionismo e di scarso senso dello Stato.

In alcuni casi una vera e propria ‘dichiarazione di guerra’, come quella di un altro candidato alla presidenza nel 2016, che ha messo in guardia da “un virus libertario che si sta infiltrando in ambedue i partiti e rappresenta un grave pericolo per la sicurezza nazionale”.

La risposta di Rand Paul è  altrettanto dura: “C’é chi ha paura della libertà e chi, come me, dei pericoli  che corre la libertà”.

E ha riesumato la frase storica di uno dei padri fondatori, Benjamin Franklin: “Chi é pronto a sacrificare la libertà per la sicurezza non é degno né dell’una né dell’altra”.

È cominciato così uno scontro frontale che potrà dominare almeno la fase iniziale delle primarie repubblicane, dividendo appunto l’area conservatrice e il cui esito è oggi imprevedibile se è vero che l’establishment repubblicano è molto attento alla sicurezza nazionale e solidamente legato alle gerarchie militari e alle strategie internazionali degli Usa

 

Chris Christie. Il concorrente che con più fervore incrocia il ferro con Paul si chiama Chris Christie, governatore del New Jersey, uno Stato che per la Casa Bianca sceglie di regola il candidato democratico.

E questo spiega il suo atteggiamento, le sue strategie e la sua stessa collocazione ideologica.

Christie ha un passato di conservatore intransigente, si richiama spesso a George W. Bush e soprattutto a Reagan e per molti aspetti assomiglia a Rudy Giuliani, un ‘falco’ dagli artigli che scavano, un ‘crociato’ per la legge e l’ordine, tanta polizia e una politica estera sostenuta da un forte apparato militare.

Vuol limitare il ruolo governativo nell’economia ma desidera uno Stato forte nei settori in cui ce n’é bisogno: infrastrutture, catastrofi naturali, difesa e sicurezza nazionale.

E’ contrario all’aborto, al matrimonio gay, alle restrizioni al possesso di armi da fuoco.

Da quando pensa alla Casa Bianca, però, si é spostato verso il centro.

Ha praticamente abbracciato Obama nell’opera di ricostruzione dopo il tragico assalto degli uragani nel Nord-Est degli Stati Uniti.

Ultimamente ha dato addirittura segni di apertura alla legalizzazione, parziale, di droghe come la marijuana.

Ma non ha cambiato le sue naturali inclinazioni: ama le parole forti pronunciate con voce forte, i gesti forti, la decisione e la precisione.

E’ di gran lunga il più grosso e grasso fra gli aspiranti alla presidenza, ma non va in palestra per dimagrire.

In una riunione recente del Comitato Nazionale Repubblicano ha riassunto così le proprie intenzioni: “Farò tutto quello di cui avrò bisogno per vincere”.

E i democratici confessano che di lui hanno paura.

 

Il ‘numero uno’ nei sondaggi  di tre anni, due mesi e una manciata di giorni prima della chiamata alle urne, però, non é Christie e non  è neppure Paul.

In pole position c’è, per ora, Marco Rubio, senatore della Florida. Soprattutto per un calcolo elettorale molto importante per il futuro del Partito Repubblicano: è latino, di famiglia cubana profuga dal castrismo, molto conservatore soprattutto nelle questioni di costume come l’opposizione all’aborto, ma ha aperto la porta a un ragionevole compromesso sull’immigrazione, primo fra i repubblicani a distinguersi dall’intransigenza della maggioranza.

È stato per qualche mese l’uomo del giorno.

Se le sue quotazioni appaiono in questo momento un po’ in ribasso è in gran parte per motivi estranei al suo comportamento.

Il primo è che proprio nella sua Florida abita un possibile concorrente con un nome molto più forte del suo.

 

Jeb Bush.  E’, per cominciare, figlio e fratello di due presidenti.

E’stato eletto e rieletto governatore della Florida che ha guidato con successo per otto anni, con crescente popolarità locale e nazionale.

Momentaneamente è a riposo, ma da tempo si parla di lui come il terzo della dinastia.

E’ considerato più vicino politicamente a papà George H Bush, per otto anni vicepresidente di Ronald Reagan (dal 1981 al 1989) e per quattro anni suo successore (1989-1993).

E’ promotore di un compassionate conservatism, conservatorismo solidale.

Ma proprio papà può essere un ostacolo o almeno un monito per lui: “Ho l’impressione”, ha detto qualche mese fa Bush sr, “che l’America abbia voglia di fare a meno per un poco della nostra famiglia”.

Jeb gli ha risposto indirettamente con una sua ‘impressione’: che il partito repubblicano si sia spostato negli ultimi anni tanto e destra “che sia mio padre che mi fratello avrebbero oggi serie difficoltà a ottenere la candidatura alla Casa Bianca”.

Il ‘terzo Bush’ avrebbe inoltre nella manica un atout importante: è bilingue, ha una moglie di origini latine e potrebbe quanto Rubio riaprire le comunicazioni tra il Partito Repubblicano e le decine di milioni di cittadini americani che a casa parlano spagnolo.