A proposito dell’invocata (da Obama) esperienza

L’esperienza!

Certo, fare il presidente degli Stati Uniti non è facile e avere una qualche esperienza di governo non farebbe male.

Nei primi decenni, tra il declinare del Settecento e il 1828 (indichiamo una data precisa), ove si escluda il Padre della Patria George Washington – comunque temprato da anni e anni di comando sul campo e dall’avere presieduto la Convenzione Federale che elaborò a Philadelphia la Carta Costituzionale – John Adams, Thomas Jefferson, James Madison, James Monroe e John Quincy Adams, avendo ricoperto in precedenza incarichi di rilievo nell’amministrazione e nella diplomazia, erano assolutamente esperti nell’arte di governare.

 

(Che poi, date le circostanze storiche, sociali e politiche, l’abbiano fatto tutti e sempre al meglio è materia di discussione).

 

Una prima rottura – una rivoluzione visto che al potere, semplificando brutalmente, in luogo della aristocrazia che aveva creato gli Stati Uniti arriva la borghesia – si ha con Andrew Jackson, un glorioso generale che si insedia a White House seguendo un lungo e tormentato processo.

 

Respinto dalla camera – caso unico  – nel 1824 (camera che, non avendo egli raggiunto la maggioranza assoluta dei delegati al collegio nazionale, per quanto risulti primo in fatto di voti popolari e di grandi elettori, gli preferisce J.Q. Adams) vince nell’indicato 1828.

 

Peraltro, Jackson certamente non sfigura.

Tutt’altro.

Saltando i suoi un po’ sbiaditi immediati successori, quale mai reale esperienza di governo aveva Abraham Lincoln?

Due anni alla camera quali sue capacità in merito possono avere affinato?

 

Si può cominciare a intravedere dove si andrà a finire in questa analisi.

I grandi – pochissimi, per carità – non hanno bisogno di esperienza alcuna!

Certo – e gli esempi non mancheranno – se poi ne hanno…

 

Come è stato autorevolmente scritto, i presidenti che seguono, dagli inesperti, possono essere confusi l’uno con l’altro.

Per il vero, John Garfield e William McKinley si distinguono perché entrambi assassinati.

E’ proprio la morte di McKinley che catapulta alla Casa Bianca un gigante: Theodore Roosevelt.

Ebbene, “quel maledetto cowboy”, come lo definì Mark Hanna, aveva le carte in regola e non deluse da nessun punto di vista.

Deludenti, per quanto esperti e quindi attesi a grandi cose, William Taft e Herbert Hoover.

Il primo cancellato dal ritorno di Teddy nel 1912.

Il secondo – uomo di riconosciute capacità e di fama mondiale – ricordato solo perché incapace di opporsi alla Grande Depressione.

 

(Non finirò mai di ripetere che scrivendo queste righe, necessariamente, per ragioni di spazio, brutalizzo la storia semplificando ignobilmente.

Peraltro, chi voglia, può leggere i miei assai e decisamente più argomentati saggi.

‘Americana’ e ‘USA 1776/2016’, in particolare).

 

Vecchio marpione – si fa per dire – Franklin Delano Roosevelt dell’esperienza fece il suo cavallo di battaglia.

In particolare nelle tornate elettorali del 1940 e del 1944.

Mai nessun presidente, fino all’or ora citato 1940, giunto al termine del secondo quadriennio di governo, aveva neppure pensato di chiedere un terzo mandato.

Franklin Delano lo fece argomentando che dal momento che in Europa era scoppiata una ferocissima guerra (gli USA saranno direttamente coinvolti dopo Pearl Harbor e quindi dopo il 7 dicembre del 1941) in sella, sul ponte di comando non poteva sedere un novellino.

Occorreva, necessitava restasse lui proprio in quanto esperto.

Stesso discorso, mutatis mutandis (la guerra era ancora in corso e quindi…) nel 1944.

Fu per la troppa esperienza che poco dopo il quarto insediamento Franklin Delano morì d’infarto?

Gli successe un signore che per tutta la vita era stato manovrato da altri.

Perfino, nel suo Missouri, dal boss locale della mafia irlandese, Tom Pendergast.

Ebbene, questo ometto insignificante, privo di carisma, privo di esperienza se non come manutengolo, Harry Truman, sarà capace di prendere decisioni su questioni di fondamentale importanza e sarà ricordato come un grande.

 

Qualcuno – non pochi – dimenticando il contesto, criticano l’uso delle atomiche per mettere fine alla guerra col Giappone ma è davvero difficile criticare l’operato post bellum del Nostro, Piano Marshall in primo piano).

 

Soporifero l’esperto di comando (chi più di lui?) Eisenhower?

Adatto, in sintonia – parrebbe per quanto fossero tempi cruciali sul piano del confronto razziale in relazione al quale, sostenuto e spinto dalle decisioni della Corte Suprema presieduta da Earl Warren, non sfigurò –  con gli anni Cinquanta, anche se a ben guardare sua grandissima pecca (corresponsabile il segretario di Stato John Foster Dulles) è non avere compreso l’importanza della pacifica e democratica rivoluzione guatemalteca messa in atto da Jacobo Arbenz Guzman.

L’averla soffocata darà origine, il via, alle mille – la cubana in testa – rivoluzioni, ai mille contrasti successivi, alla perdita della presa USA sull’America Latina.

Volendo, darà fiato al Terzomondismo, permetterà di pensare al Movimento dei Paesi non allineati e chi più ne ha più ne metta.

 

Sarà Ernesto Che Guevara, all’Havana, nel discorso inaugurale di un convegno mondiale sul Terzomondismo, a parlare di Arbenz Guzman – da lui invitato e presente – e della di lui esperienza come della fiammella che aveva dato fuoco al tutto.

 

Assassinato il parolaio Kennedy, un uomo straordinario, di grandissima esperienza politica diventa presidente: Lyndon Johnson.

Nessun altro capo dello Stato americano – tutti gli storici concordano – alla sua altezza nel campo della politica interna e della politica sociale.

Sarà distrutto dalla, verrà ricordato solo per la, drammatica, tristissima evoluzione della guerra del Vietnam.

E Richard Nixon?

Aveva esperienza?

Perbacco!

Una esperienza infinita.

Gli giovò, e molto, in politica estera.

Gli servì alla fine a perdersi sul piano morale.

Una meteora il comunque da rivalutare Gerald Ford.

Deludente Jimmy Carter, peraltro sfortunato.

Eccezionale Ronald Reagan.

Gli ignoranti ne parlano come dell’attorucolo di serie B, senza arte né parte, arrivato non si sa come a White House.

Certo, la propaganda avversa lo dipingeva così, ma era tutt’altro.

Impegnato da sempre in politica e nel sociale era stato due volte governatore della California e già aveva battagliato tra i GOP nelle primarie del 1976.

Che dire se non che perfino i suoi mille e mille detrattori alla fine, da morto, hanno dovuto riconoscerne la statura?

Poi, chi mai nella storia americana aveva avuto (o avrà dopo) la preparazione di George Herbert Bush?

Ambasciatore, capo della CIA, vice presidente, uomo a conoscenza di tutto il necessario e il superfluo, alla fine, sarà una meteora che si tende a dimenticare.

E Bill Clinton?

Esperienza relativa a carattere locale e periferico ma una fortuna eccezionale.

Talmente simpatico che nessuno si ricorda i casini che ha combinato (e non mi riferisco agli scandali sessuali).

E veniamo a George Walker Bush.

La dimostrazione di quanto contino le circostanza, gli accadimenti non governabili.

Già governatore del Texas, nel 2000 conduce una campagna che in politica estera fa presagire un nuovo, sia pure non accentuato, isolazionismo.

Vince per il rotto della cuffia e parte piano.

Poi, l’11 settembre 2001.

Il mondo, non solo gli stati Uniti, salta per aria.

Infine, Barack Obama – il presidente che va dicendo di Donald Trump che non ha esperienza.

Ha ragioni da vendere.

Ma lui, nel 2008, che esperienze aveva?

Peraltro, mediocre all’interno e pericoloso quanto alla politica estera come è stato, non fosse che per motivi elettorali e per sostenere ‘l’espertissima’ Hillary Clinton gli tocca parlare (sparlare, visto che è arrivato a dire che Hillary, come candidato, è la migliore di sempre trascurando ometti come Jefferson, Lincoln, i due Roosvelt, Reagan per fare qualche nome), non farebbe meglio a tacere?

 

Tutto ciò detto, che avesse ragione Feank Lloyd Wright nel dire che “un esperto è una persona che ha smesso di ragionare”?

Mauro della Porta Raffo